All’inizio era una donna da sola, di nome Troffea: appena messo piede fuori dalla sua abitazione aveva iniziato a ballare sotto il sole cocente di metà luglio. Un ballo irrefrenabile, continuo, durante il quale si concedeva solo rare pause per bere o mangiare qualcosa; salvo poi ricominciare e proseguire tutto il giorno e tutta la notte. Incurante della fatica, del sudore che impregnava i vestiti e delle ferite sui piedi, la danza di questa donna proseguiva giorno dopo giorno. Imitata dapprima da qualche sparuto concittadino, il ballo non accennava a fermarsi e attraeva sempre più persone. Prima qualche decina, poi un numero sempre maggiore: dopo oltre una settimana, quando le autorità si decisero a intervenire, la danza stava ormai contagiando centinaia di persone.

Siamo a Strasburgo, Francia, 1518. Tra lo stupore e lo sdegno dei borghesi e delle autorità, “la follia della danza” (com’era chiamato all’epoca l’episodio poi ribattezzato epidemia del ballo) proseguiva ormai da settimane, senza che nessuno riuscisse a capire che cosa stesse accadendo. “I ricchi abitanti di Strasburgo che governavano la città non erano per niente divertiti”, si legge sul Guardian. “Uno di questi, lo scrittore Sebastian Brant, ha dedicato un capitolo del suo best-seller La nave dei folli all’epidemia di danza. Disorientati dal caos nelle strade, lui e altri consiglieri cittadini si consultarono con i dottori locali, che – in accordo con le credenze mediche del tempo – dichiararono come la danza fosse il risultato del surriscaldamento del sangue nel cervello”.
— Leer en www.esquire.com/it/news/attualita/a22113111/piaga-del-ballo-epidemia-strasburgo/

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